Festeggiamo i trent’anni dall’uscita nelle sale italiane (il 15 dicembre 1990) del Tè nel deserto pubblicando il diario di lavorazione del film tenuto da Fabien S. Gerard, presente su questo e su altri set di Bernardo Bertolucci e suo amico di lunga data. Accompagnano il testo le foto di scena realizzate da Angelo Novi e custodite nel Fondo Novi dalla Cineteca di Bologna.

LA SCHEDA
DEL FILM

IL TÈ NEL DESERTO
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12 LUOGHI IN CERCA D’AUTORE

di Fabien S. Gerard

 

MAROCCO

Tangeri

21 settembre – 27 ottobre 1989

Il romanzo Il tè nel deserto inizia con lo sbarco di Kit, Port e Tunner nel porto algerino di Oran, di camusiana memoria. Nel film invece Oran è stata sostituita con Tangeri, in Marocco, forse anzitutto perché è in quest’altra mitica “ville blanche” del Mediterraneo, crocevia storico tra occidente e oriente, come pure tra nord e sud, che Paul Bowles himself gettò l’ancora parecchi anni fa, dopo avere girato quasi tutti i mari del mondo. L’annuncio dell’inaspettato rientro dello yacht di re Hassan II da Gibilterra, alla vigilia del weekend, ha mandato subito all’aria il piano di lavorazione elaborato durante tutta l’estate, poiché le forze di sicurezza marocchine ci hanno vietato l’accesso alla zona portuaria per tre giorni consecutivi. Di conseguenza, il primissimo ciak non coincide più con la primissima sequenza del film – l’arrivo dei protagonisti sul molo – bensì col P.P.P. di un elegante James Dean dai fitti capelli bianchi, il quale osserva dal retro di un caffè francese i tre personaggi nati quarant’anni fa dalla sua immaginazione. Un omaggio assai azzeccato all’autore del libro. Attorno allo sguardo “oceanico” di Bowles si ritrovano, la mattina del 21 settembre, la maggior parte dei tecnici dell’Ultimo imperatore. Travolto dal ritmo esuberante del vecchio successo di Charles Trenet, Je chante, che fa da sottofondo sonoro alla scena, ognuno ha subito reintegrato il proprio posto in seno alla grande “famiglia” bertolucciana, come se non fosse trascorsa più di una notte da quando si lavorava tutti insieme in Cina. Quello che resta dei quartieri coloniali e i giardini del lungomare, i Grand Hôtel internazionali e la topografia onirica della Medina dalle mille e una scalinata faranno parte del nostro quotidiano fino a ottobre avanzato. Gli stessi luoghi essendo poi lo scenario sia dell’inizio sia della fine del film, le esigenze logistiche richiedono che l’epilogo della storia venga già inciso sulla pellicola alla quarta settimana di riprese, prima dell’esodo definitivo dell’intera produzione verso sud. Così, fedele alle sue abitudini, Bernardo si riserverà pure una certa libertà girando varie versioni dell’incontro finale tra Bowles e Kit. Le prime opzioni sono ambientate sulle alture della vicina Medina di Tetouan, dove già Port era arrivato all’imbrunire, pochi minuti prima di addormentarsi tra le braccia della prostituta Mahrnia; le altre si svolgono nuovamente all’interno del caffè francese. E quando, alla fine, lo scrittore chiederà alla sua creatura se lei si è persa, la risposta di Kit sarà, in entrambi i luoghi, ora “Sì”, ora “No”, ora col sorriso, ora senza.

Photo Angelo Novi / Cineteca di Bologna

Erfoud

28 ottobre – 7 novembre 1989

Un autentico diluvio saluta l’aereo all’atterraggio presso Er-Rachidia, dopo un’oretta di volo sopra i monti dell’Atlante. I centocinquanta passeggeri della troupe, più diciannove camion e una profusione di bagagli vari si ritrovano isolati per un paio di giorni tra due guadi avendo rotto gli argini sulla strada del nuovo campo base di Erfoud. Mentre il boss Jeremy Thomas comincia a mangiarsi discretamente le unghie per i costi causati dal ritardo, Bernardo, che non si è mai scordato di essere nato in campagna, vuole dimostrarsi felicissimo per aver portato ai contadini del posto la prima pioggia… in otto anni! A misura che le acque si ritirano torna il caldo, e con il caldo tornano anche le mosche. Ma queste non essendo sufficienti per completare la scena in cui i tre americani si svegliano sull’autobus diretto a Aïn Krorfa, la miglior soluzione per creare l’effetto di “neve nera” discesa su di loro è sembrata alla produzione di importare più di tre milioni di larve cresciute in un laboratorio romano e spedite per aereo in contenitori ermeticamente sigillati, in attesa di venire liberate nel bus attorno alla mdp. Taceremo quanti moschini sono stati inghiottiti accidentalmente dalla segretaria di edizione travestita da passeggera berbera. La luce striata del souk e gli squallidi interni del borgo di Rissani rappresentano per loro parte i dintorni dell’Hôtel Majestic (“assai più modesto di quanto suggerisce il suo nome”, precisa Malkovich in una di quelle battute che spesso si diverte a improvvisare appena è stata data l’”Azione!”). La maggior parte del soggiorno nella zona è dedicata però al drammatico arrivo di Port e Kit alle porte di El Gaa, girato nel polveroso mercato di Gla Gla. È lì che Port, scendendo dal bus, crolla di botto davanti a Kit, prima di scivolare nel delirio che non lo lascerà fino alla fine. Al di là dell’intensità che si può aspettare da parte di due attori consumati quanto John Malkovich e Debra Winger, la riuscita della sequenza deve molto anche alla “presenza” di Brahim, il giovane arabo dal turbante chiaro che aiuta Kit a trovare la strada dell’Hôtel du Ksar. Pescato all’ultimo minuto tra la folla delle comparse, pochi attimi sono bastati per dare a Brahim la possibilità di arricchire un ruolo del tutto anonimo nel copione, e appena raggiunge per la prima volta il portico dove sta trasportando Port, questo attore-nato ha già dato corpo e vita a un personaggio vero e proprio. Mentre, nei giorni successivi, l’operatore della steadicam accompagna a passo di carica la corsa disperata di Kit e della sua guida nel labirinto delle gallerie di fango essiccato della località di Maadid, un’irresistibile attrazione prende forma sotto i nostri occhi tra questi due esseri appartenenti a universi così distanti e che, quasi senza accorgersene, si tengono naturalmente per mano nel momento stesso in cui Port inizia la sua solitaria agonia. Convinto da questo gesto inventato da Debra durante il quinto ciak, il maestro osserva ora con crescente eccitazione il modo inaspettato in cui l’ombra di Belqassim si sta insinuando tra le pieghe del film.

Photo Angelo Novi / Cineteca di Bologna

Zagora

10 – 11 novembre 1989

Partiti prima dell’alba, i pullman della produzione giungono a notte fonda a Zagora, la tappa più breve di tutta la lavorazione, a metà strada tra Erfoud e Ouarzazate. In meno di quarantott’ore si tratta ora di portare a termine la cosiddetta “gita in bicicletta”, compreso il delicatissimo amplesso dei Nostri in cima alla montagna. Una piattaforma costruita sopra il precipizio sostiene le due mdp puntate sulla coppia sdraiata sulla roccia, mentre un grande velario teso sopra gli attori contribuisce a ricreare la luce soffusa del tramonto lungo tutto l’arco della giornata. “Il cielo è così strano qui, quasi solido…”, ripete Port a ogni presa, facendo l’amore con la sua partner. E nello stesso tempo spetta a John fissare senza la minima confusione il panno bianco che lievemente si muove nel vento a qualche centimetro della sua testa; almeno fino a quando arriva l’ora in cui il sole è calato veramente dietro l’orizzonte.

Photo Angelo Novi / Cineteca di Bologna

Ouarzazate

12 novembre – 2 dicembre 1989

Senza nemmeno aver avuto il tempo di fissarsi nella memoria il numero della propria camera, si riprendono le strade sassose del road movie cui sempre più assomiglia la nostra vita. Prossima fermata: Ouarzazate. Oggigiorno le antiche mura della città sono state sciolte dalla marea di soldi stranieri portati fin dai primi anni Sessanta sulla scia di produzioni quali Lawrence d’Arabia o L’uomo che volle farsi re. L’unica zona rimasta pressoché intatta è la famosa kasbah dei Glaoui, che ci tocca comunque condividere con la troupe di una fiction tedesca. Ma se i colleghi della ZDF si accontentano di girare nel conosciutissimo cortile d’entrata, noi ci avventuriamo nei meandri più reconditi dell’ex città proibita. Debitamente puntellati per reggere il peso della nostra presenza, i corridoi del palazzo conducono, nel film, alle stanze del rustico Hôtel Transatlantique di Bou Noura. Prima di giungere a Bou Noura però, gli attori debbono completare nel più spiacevole disordine cronologico le scene di un episodio precedente ambientate nell’albergo di Boussif, la cui terrazza è stata costruita di sana pianta dal reparto Scenografia sul tetto di una casetta del borgo di Ait Saoun, così da raccordare con la vetrata a piramide ricoprendo il patio di Tangeri dove furono girati, a ottobre, gli interni dello stesso “Transat”. Occorre ricordare a questo punto che Port, arrivato in anticipo con la Mercedes dei Lyle, sta qui facendo colazione en plein air, mentre Kit e Tunner dormono ancora al piano di sotto, dopo l’estenuante viaggio da loro compiuto in treno… Gli attenti lettori di Bowles non avranno dimenticato la descrizione del “pittoresco” sorgere del sole nelle prime pagine del capitolo. Piosamente mantenuto nella sceneggiatura, questo particolare viene ahimè contraddetto stamattina dai capricci della meteorologia. Per tre giorni di seguito il vento e la pioggia stanno per scatenarsi ininterrottamente attorno al nostro belvedere e gli unici squarci di cielo azzurro che aprono l’orizzonte altri non sono che le coperte di lana azzurro cielo in cui gli attori intirizziti vengono avvolti tra due ciak. Ben presto l’impressione generale è di partecipare a una specie di remake arabeggiante di Cime tempestose, col più “pericoloso” dei Valmont nel ruolo di Heathcliff! L’alba non è ancora sopra l’orizzonte quando la lunga carovana di macchine, pulmini, camion e camper lascia gli alberghi per inghiottirsi quotidianamente due orette di viaggio verso le località scelte sei mesi fa per gli esterni di Bou Noura. Ma prima di raggiungere l’antico borgo di Tamnougalt, un’ultima prova aspetta puntualmente il nostro piccolo esercito di invasori: l’epica traversata del fiume Draa, gonfio per i recenti temporali. Commento di un impenitente battutaro francese, “le Draa est sorti de son lit!” Vale a dire: il fiume Lenzuolo è uscito dal proprio letto. Meno male che l’allucinante splendore arcaico della location ci ricompensa ampiamente per la scomodità del tragitto. Siamo a solo pochi chilometri dal paese dove Pasolini ambientò genialmente il suo Edipo re, “in cerca del passato, diceva, laddove [era] ancora vivo”, e per la prima volta da tre mesi a questa parte abbiamo la sensazione di entrare insieme in un altro mondo e in un’altra età. In pratica non c’è quasi bisogno di modificare gli scenari secondo le esigenze del film, poiché niente pare cambiato qui dal 1947 (sia prima che dopo Cristo, s’intende). Nel paesaggio alla John Ford del desolato cimitero di Tamnougalt, Kit finge di giacere senza vita sotto gli occhi divertiti di un marito all’oscuro della propria morte imminente, quando ci arrivano, con due settimane di ritardo, i primi giornali con le foto della caduta di una Grande Muraglia da qualche parte in Centro Europa. Considerati i costi telefonici proibitivi praticati negli alberghi locali, la maggioranza dei tecnici, immersi nella realtà della finzione, imparano soltanto allora l’incredibile notizia avvenuta a Berlino. Le ultime ore del nostro soggiorno marocchino riguardano la lunga sequenza notturna del bordello, girata nella kasbah di Ouarzazate. Una cinquantina di prostitute di ogni età ci ha accompagnato da Erfoud per partecipare a quello che promette di essere uno dei clou delle riprese. Per tre giorni, la mdp segue Port fra le ombre rosse di questa conturbante resurrezione di Sodoma e Gomorra sorretta dai ritmi ipnotici e senza tempo dei musicisti di Jajouka, diventati famosi per aver inciso ben due dischi con gli Stones. Prima di lasciare questo set, Bernardo si fa portatore di tutti dichiarando – in francese – col megafono: “Sono molto triste perché le nostre strade si dividono qui. Ma sono anche molto felice perché tutto ciò che ci avete dato è assolutamente unico. Attraverso il film, i nostri occhi, le nostre orecchie e i nostri cuori non vi dimenticheranno mai…”

Photo Angelo Novi / Cineteca di Bologna

ALGERIA

Beni Abbès

3 – 20 dicembre 1989

L’aereo sale un’altra volta sopra le nuvole finché i nostri nuovi amici algerini ci accolgono all’atterraggio a Béchar. Fuori dall’aeroporto, quaranta pick-up con le luci già accese si accingono ad attraversare il deserto di sassi, presto addormentato sotto la volta di una specie di immenso planetario naturale: il “cielo protettore” definito da Bowles. Alla fine della pista ci aspetta il vasto Hôtel Rym di Beni Abbès che, nel giro di una notte si trasforma in una vivace cittadina con infinite ramificazioni; quasi tante osterie trasteverine quante le camere, un pub con molto gin e poco tonic, e perfino una mini discoteca di musica rai aperta giorno e notte sul “Corridoio dei pettegolezzi”. Per lo meno sono terminate le spedizioni quotidiane a ore impossibili, visto che l’unico set previsto entro Natale sta proprio sotto le finestre dell’albergo. Costruito per la modica somma di 350.000 dollari, il Forte di Sba spiega le sue mura color di vino all’ombra della grande duna che domina l’oasi di Beni Abbès. In linea di massima il tempo non risulta meno capriccioso del solito: se questa volta sarebbero stati graditi un po’ di vento e qualche nuvoletta, l’unico modo di combattere la testardaggine del barometro sulla posizione bello/stabile sarà di adoperare i ventilatori giganti del reparto Effetti Speciali per dare il via alla tempesta di sabbia filmata nel cortile dall’eroica Seconda Unità. Nel contempo un’altro gruppo di tecnici circonda Malkovich e la Winger all’interno della “White Room” (la Camera bianca), nella quale peggiora giorno per giorno la malattia di Port. Mentre Bernardo assiste con crescente ansia e impotenza al processo di degenerazione messo in atto dall’attore giunge il momento in cui ognuno si ritrova coinvolto, suo malgrado, da questo sconvolgente esorcismo collettivo, finché l’ultimo respiro del protagonista non spezza la tensione. Malkovich lascia allora il set e il film sulla punta dei piedi per salire sul primo aereo, portandosi via per sempre anche la nostra assistente preferita. Il Cielo non poteva attendere! La mattina seguente, una donna sola con un’unica valigetta attraversa il palmeto, mossa da qualche misteriosa urgenza, prima di tuffarsi nuda in un laghetto al limite delle sabbie. Un fuoco selvaggio lampeggia in fondo agli occhi di Debra quando emerge per la settima volta dall’acqua allo “Stop!” del regista. Questa era l’ultima inquadratura del 1989, ed è difficilissimo immaginarsi che tra neanche ventiquattr’ore ci ritroveremo tutti scaraventati nella pazza girandola delle spese natalizie, chi a Roma, chi a Parigi, chi a Londra. In chiaro, lo stesso rituale consumistico che un Moravia e un Pasolini solevano fuggire invece ogni inverno, a data fissa, per precipitarsi in Africa o in India!

Photo Angelo Novi / Cineteca di Bologna

Beni Abbès

6 – 16 gennaio 1990

La nostra eroina fa presto a riprendere il suo posto, seduta per terra lungo il fiume, a poca distanza del palmeto dove l’avevamo lasciata… l’anno scorso. Lo sguardo fisso su un punto invisibile, ecco Debra di fronte alla “macchina della verità” pronta a registrare i più lievi moti della sua anima. “Silenzio!… Motore!… Azione!” Fuoco su Kit, persa in una specie di sogno interiore, mentre in lontananza entra in campo un miraggio in forma di carovana. La donna si guarda sopra la spalla, poi affida il suo bagaglio al primo cameriere che le passa vicino e accetta il “passaggio” del Tuareg velato di blu che chiude il corteo: Belqassim. Il Caso, come si sa, è sempre stato la sola divinità in cui le creature di Paul Bowles abbiano riposto la loro fiducia. Per un’intera settimana, i cinquanta cammelli della suddetta carovana saranno le nostre guide nell’aiutarci a ritrovare la strada del set tra le dune aperte sulla terrificante bellezza del paesaggio minerale che compone il Grande Erg occidentale. Ovviamente talkie-walkie e megafoni sono usati in continuazione per portare messaggi da una cresta all’altra delle dune, così da poter seguire, a volte con quattro mdp in contemporanea, il percorso serpentino di questa processione che pare emergere da altri tempi. Ma la palma della devozione va indubbiamente all’anonimo manipolo di spazzini del deserto che ha il compito di cancellare ogni minima impronta tra ogni ciak, in modo di reintegrare nella loro indispensabile purezza le dune su cui camminano i personaggi. Ora trafitti dall’occhio caldo del cielo, ora stregati da una Luna leggera quanto una bollicina di champagne, Debra e Kit, Kit e Debra sembrano diventate l’oggetto di un’affascinante metamorfosi. Abbandonando volentieri la loro madre lingua per rispondere preferibilmente in francese, o addirittura in lingua tuareg, l’attrice e il suo doppio trascorrono la maggior parte del tempo in cima al comune cammello, gli occhi proiettati sopra l’orizzonte con la stessa luminosa disinvoltura di una nuova Katharine Hepburn. Quasi che il contatto con i mitici “Uomini Blu” avesse consentito l’una e l’altra di ricatturare, grazie all’insostituibile esperienza del film, il segreto di un passato nomade di cui avevano conservato l’oscura memoria…

Paul Bowles, Debra Winger e Bernardo Bertolucci sul set di Il tè nel deserto

NIGER

Agadez

17 – 26 gennaio 1990

Dopo aver perso un giorno e una notte in futili espletamenti burocratici all’aeroporto di Béchar, la troupe, ora ridotta a cinquanta elementi, è pronta a varcare il confine del Sahara per entrare nel Niger. Ad Agadez ci aspettano calore e polvere, grazia assoluta e assoluta miseria. L’ultima tappa del viaggio è coincisa quest’anno col recente passaggio della Paris-Dakar, il cui staff locale è già prontissimo a darci una mano sotto la guida del carismatico Mano Dayak. Ora la sfida consiste nel completare tutte le riprese in otto giorni con l’episodio più strettamente “africano” del racconto, dedicato agli amori proibiti della vedova americana Kit con il Tuareg Belqassim. È dietro la porta chiusa della “Mud Room” (la Camera di fango) in cui Kit si è lasciata rinchiudere senza resistere, che la donna bianca scopre la selvaggia tenerezza del suo nobile barbaro, man mano che procede il dialogo iniziato dai due estranei, convertiti all’uso esclusivo del linguaggio dei corpi. Intanto, sempre più pressato dal tempo, Bernardo si è finalmente deciso ad abbandonare la “lettera” del romanzo per non rischiare di mettere in pericolo lo spirito stesso del suo film. Accettata l’idea di stravolgere la dinamica del “capitolo” conclusivo, nel giro di una notte riesce ad alleggerire il copione di ben dieci pagine. La sorpresa più grande sarà però in serbo per l’ultimo giorno di lavorazione, previsto in realtà come il penultimo. Kit, cacciata via dalle tre mogli di Belqassim (a differenza dell’ evasione narrata da Bowles), si ritrova errante in abito arabo nel mercato, poi deve imbattersi in un poliziotto nigeriano che la porta all’ufficio postale, da dove potrà mandare un telegramma all’ambasciata USA. Di fatti, il poliziotto e l’impiegato delle Poste stanno memorizzando le loro battute in un angolo tranquillo ai margini del set, quando la lite tra la protagonista e una venditrice di latte degenera improvvisamente, ed ecco la folla indigena precipitarsi sull’attrice con una violenza incontrollata. Mentre Debra sta per farsi quasi linciare dalle comparse sotto gli occhi increduli della troupe, la steadicam continua a registrare questo straordinario happening. Così, nel bel mezzo del pomeriggio del 26 gennaio, la realtà ha trionfato sulla finzione, di modo che risultata del tutto inutile ormai la corsa verso l’ufficio postale. Nell’ebrezza di questo momento magico lacrime di gioia si mescolano all’indicibile malinconia della fine delle riprese. E mentre la nostra attrice imbarbarita tenta di nascondere la propria emozione guidando lei il tradizionale applauso, qualcuno nota che le sue mani sono macchiate dello stesso colore dei suoi occhi, che sono dello stesso colore del costume tradizionale dei Tuareg.

 

[in Il tè nel deserto. Un film di Bernardo Bertolucci dal romanzo di Paul Bowles, a cura di Livio Negri e Fabien S. Gerard, Cappelli/Scribners/Denoël, Bologna/Londra/Parigi, 1990]