Nata in Ohio, Debra Winger cresce in California, ma lontano da Hollywood, dove si dedica allo studio della sociologia prima di partire per un viaggio iniziatico in Israele. Al suo ritorno, un incidente la paralizza e la rende cieca per diversi mesi. Aver sfiorato la morte in giovane età la spinge a inseguire il suo sogno di diventare un’attrice.

Alla fine degli anni ’70 fa appena in tempo ad accettare alcuni ruoli per la televisione – un film erotico, il ruolo di Drusilla nella serie Wonder Woman… – che viene affiancata a John Travolta in Urban Cowboy di James Bridges e a Nick Nolte in Cannery Row di David S. Ward. Si impone poi al fianco di una delle star maschili dell’epoca, Richard Gere, in Ufficiale e gentiluomo di Taylor Hackford. Lui interpreta l’eroe, lei è “solo” la sua ragazza. Eppure è lei a ottenere la prima nomination all’Oscar. Le riprese risultano complicate, a causa dell’incompatibilità tra i due protagonisti, ma il film è di grande successo. Debra Winger attraversa così un decennio che le vale altre due nomination all’Oscar per le sue indimenticabili interpretazioni.
Il successo di pubblico è tale che viene scelta per interpretare i ruoli da protagonista in film popolari della Nuova Hollywood. Ma è esigente, tanto da rifiutare diverse proposte. La definiscono “difficile”, cosa che le vale l’ammirazione di Bette Davis. Nel 1990, recita in Il tè nel deserto con John Malkovich, poi in Shadowlands con Anthony Hopkins. Questi due film segnano sia il suo riconoscimento definitivo a livello internazionale che il suo brusco ritiro dalle scene, nel 1995.

La Cinémathèque française decide di dedicare un’intera rassegna del suo festival – che si svolgerà a Parigi dall’undici al quindici marzo – a Debra Winger.
Il 15 marzo alle 14 e 30 sarà la volta de Il tè nel deserto, uno dei film più importanti della sua carriera, che verrà proiettato in 35mm. Per l’occasione la stessa Debra Winger dialogherà con Pauline de Raymonde e Bernard Benoliel.
«Penso che il viaggio per realizzare questo film, e tutta la vita che lo ha circondato, mi abbiano profondamente nutrita, ma si è trattato di un work in progress… Il tè nel deserto è un promemoria della durezza che un viaggio di questo genere comporta; e se si fugge da questa prova, non si arriva da nessuna parte.»
Maggiori dettagli sul sito de La Cinémathèque française.