A proposito della lunga e intensa relazione di Bernardo Bertolucci con l’Oriente, pubblichiamo un testo di Italo Spinelli, regista e direttore del bel festival Asiatica Film Mediale, in cui racconta la sua amicizia con Bernardo.

Precedono e accompagnano il ricordo di Spinelli alcuni scritti dallo stesso Bertolucci su Piccolo Buddha e sul cortometraggio Histoire d’Eaux, episodio del film collettivo in due parti del 2002 Ten Minutes Older, interpretato da Amit Arroz, Valeria Bruni Tedeschi e Tarun Bedi.

Apprendere con le emozioni

di Bernardo Bertolucci

 

Pur non essendo buddhista, il mio rapporto con il buddhismo è di vecchia data. A ventun anni lessi la storia della vita dello yogi tibetano Milarepa, scritta da Elsa Morante, e rimasi colpito da quanta poesia conteneva. In seguito, mentre mi documentavo per girare L’ultimo imperatore, visitai alcuni templi buddhisti a Pechino e altrove, e cominciai a leggere libri sul buddhismo e a incontrarmi con i lama in America, Inghilterra e Nepal.

Nel 1992, a Hollywood, un amico mi invitò a una cerimonia tenuta da un gruppo di lama e monaci tibetani. La gioia e la semplicità di queste persone mi affascinarono moltissimo. Non capivo la loro lingua, ma c’era un incredibile senso di comunione, una comprensione a livello emotivo che travalicava qualsiasi differenza. Per me fu una specie di iniziazione: come guardare in uno specchio che mi restituiva le figure di allievo e maestro fuse in un’unica immagine, la mia.

Poi, durante le riprese di Piccolo Buddha, restai profondamente colpito dal “Sutra del Cuore”. “La forma è vacuità, la vacuità è forma”. Che cosa significa? Forse, il giorno in cui l’avrò capito non mi servirà più saperlo. Ciò che conta è l’emozione. Non tutti sono in grado di apprendere attraverso la razionalità, ma quasi tutti possono farlo attraverso le emozioni. Credo anche di essere cambiato: mentre giravo Piccolo Buddha, credo di avere scoperto la serenità.

Mi avevano chiesto di girare un film sulla vita del Buddha, ma quello che desideravo fare era creare una storia capace di collegare il passato al presente: una storia di tulku, di reincarnazione. All’inizio ne venne fuori un film molto didattico. Adesso non lo è più, sebbene in un certo senso sia più ambizioso, perché ho cercato di trasmettere un messaggio senza usare le parole.

Piccolo Buddha, quindi, è un racconto, non un manuale. Molti dei punti filosofici che la sceneggiatura originale toccava sono stati eliminati. Ed ecco che entra in gioco questo libro. Qui si trovano le parole che non ho potuto includere nel mio film, parole in grado di soddisfare sia la mente, sia il cuore. Perciò offro la mia prefazione a Le vie del Buddha come espressione del mio enorme rispetto per gli insegnamenti buddhisti e per l’antica tradizione da cui essi derivano.

 

Londra, agosto 1993

 

[Prefazione a Le vie del Buddha. Vita, pensiero, insegnamenti, a cura di Samuel Bercholz e Sherab Chödzin Kohn, Sansoni Editore 1994; poi in Bernardo Bertolucci, La mia magnifica ossessione. Scritti, ricordi, interventi (1962-2010), a cura di Fabio Francione e Piero Spila, Garzanti 2010]

 

 

BERTOLUCCI SUL
PICCOLO BUDDHA

Cosa ho imparato dal Piccolo Buddha
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Bernardo Bertolucci con il regista indiano Mrinal Sen, Hyderabad, 1999
Photo R. Rajamouli

B.B. (a un anno e mezzo...)

di Italo Spinelli

 

Dovevano essere i primissimi anni settanta quando per la prima volta ho visto Bernardo, ero a pranzo con Elsa Morante da Babingtons a Piazza di Spagna, il Tea Room di una raffinata clientela, parlavamo proprio di Bertolucci e dell’enorme successo di Ultimo tango a Parigi, Elsa rimproverava Bertolucci per l’essersi

servito dello star system hollywoodiano con la presenza di Marlon Brando, io ero entusiasta e totalmente travolto da Ultimo tango, quando, come per incanto, si materializzò Bernardo entrando da Babingtons con un paio di amici. Un giovane aitante con un capello scuro a larghe falde, affascinantissimo, la sua apparizione lasciò Elsa e me quasi confusi, Bernardo si avvicino al tavolo sorridendo salutò Elsa con una voce molto seducente, Elsa ci presentò, si scambiarono ancora qualche battuta, Bernardo raggiunse un altro tavolo con i suoi amici. Non riuscivo a staccare gli occhi da questo giovane regista, cosi osannato, famoso, bello e cosi irresistibile.

Erano anni in cui a Roma ancora si respirava — tra via dell’Oca, via del Babbuino, piazza di Spagna e piazza Navona — un’aria piena di idee e di passioni, di impegno civile e di gioia di vivere. I protagonisti privilegiati che si muovevano in quello spazio erano Alberto Moravia, con i suoi romanzi, tra cui Il conformista che Bernardo avrebbe trasformato in un capolavoro cinematografico, Elsa Morante, che aveva già pubblicato Menzogna e sortilegio e L’isola di Arturo, stava scrivendo La storia, Pier Paolo Pasolini era passato dalla letteratura al cinema con Accattone film in cui compare Elsa in un piccolo cameo, Bernardo appena ventenne era stato l’aiuto regista del primo film di Pier Paolo.

Era un mondo letterario, artistico, di intellettuali di cultura borghese che si riunivano a pranzo e a cena in una Roma colta, aperta, provinciale e allo stesso tempo cosmopolita oggi sparita del tutto, inabissata.

Di Bernardo avevo visto i suoi primi film, dal suo debutto cinematografico La commare secca, soggetto romano di Pasolini, regista di primi piani d’ispirazione pittorica religiosa, antropologici, in Bernardo divennero cinema di poesia, con una macchina da presa costantemente in movimento. Poi venne Parma, la dolcezza della vita Prima della rivoluzione. Per me, era già diventato, prima d’incontrarlo personalmente, un regista cult.

Un secondo incontro fisico con il suo cinema avvenne casualmente ancora a Roma, in una sera alla fine degli anni settanta, a Piazza Cavour, nel quartiere Prati. Tornando dal bar della Pace, vidi piazza Cavour incredibilmente illuminata a giorno, uno spettacolo di luci di proporzioni che non avevo mai visto prima, intere facciate di palazzi, la chiesa valdese, le palme, anche la strada lastricata con riflessi di luce diurna sul selciato della piazza, interamente inondata di luce. Chiesi alle persone, presumibilmente della troupe cinematografica, cosa succedeva e quando mi dissero che si trattava di un film rimasi sbalordito, guardandomi intorno per un paio d’ore, abbagliato. A un certo punto, dopo una gioiosa agitazione della troupe e ordini impartiti in italiano e inglese, dal cinema Adriano, adiacente la piazza, esce correndo un ragazzo al centro di potenti riflettori con una gru montata su un carrello che lo anticipava.

Quando ho visto La luna il passaggio del giovane protagonista a Piazza Cavour e la corsa fuori del cinema Adriano, non durava nemmeno un minuto, un passaggio. Eppure quella piazza illuminata da Storaro mi era sembrata una maestosa scenografia per un intero film e non uno dei tanti set che scorrono per una manciata di secondi. Allora ho intuito quanto Bernardo poteva essere un imperatore anche hollywoodiano, con straordinari set internazionali ricchissimi, colmi della sua personalissima e inimitabile libertà creativa.

 

Venti anni fa, è cominciata una frequentazione più assidua con Bernardo Bertolucci, infatti ho avuto il privilegio continuato di condividere con lui momenti conviviali, pensieri ed emozioni, visioni. Bernardo per molto tempo andava al cinema quasi ogni giorno. Poi nell’ampio accogliente salotto della casa di Bernardo e Clare a via della Lungara, che chiamavamo sala Orson Welles, abbiamo visto insieme decine e decine di film, io sempre trepidante in attesa di conoscere il suo parere, lui sempre così attento, disponibile, sempre fedele alla regola di Jean Renoir: “Non perdete tempo a dire male dei film che detestate, parlate invece dei film che amate e dividete con gli altri il vostro piacere”. Sapeva raccontare le immagini di un film che aveva amato facendo poesia. Attento ai dettagli e a tutte le ambiguità degli autori che amava: Renoir, Max Ophüls, Godard, Rossellini, John Ford, Antonioni, Douglas Sirk, Bergman, Chaplin, Howard Hawks, Sergio Leone, Kubrick, Satyajit Ray, Elia Kazan, su tutti stendeva il piacere, e tutto quello che c’è al di là del piacere, nel grande cinema del novecento. Ogni inquadratura di un film che amava, poteva racchiudere l’intera ammirazione. Forte dell’amore che nutriva per il cinema, ripeteva che a chi ama tutto è permesso. Per Bernardo il cinema era fondamentale reinventarlo e riscoprirlo continuamente e il senso e il piacere della scoperta lo accompagnava sempre e ovunque. Bernardo era sempre sincero quando si esprimeva con il cinema, fedele all’intermittenza del proprio cuore. Del cinema amava soprattutto l’elemento tempo, la luce, i movimenti della macchina da presa, ed era sicuro che bisogna fare film sulle donne e gli uomini che si amano.

 

L’occasione della nascita del Film Festival Asiatica nel 2000, avvenuta grazie a Rossana Rummo che allora ricopriva il ruolo di direttore del Dipartimento Cinema del Ministero dello Spettacolo, diede a Bernardo e a me l’ulteriore possibilità di condividere l’idea di un festival a Roma che portasse uno svecchiamento nella capitale, presentando le affascinanti sorprese che provenivano dalle nuove cinematografie: Taiwan, Iran, Hong Kong, il cinema indipendente cinese, nella piacevolezza che solo lui sapeva offrire chiacchieravamo della mutazione che il cinema stava attraversando a partire dalle nuove tecnologie, dalle nuove emergenti cinematografie asiatiche che sperimentavano nuovi linguaggi. Di ritorno dalle mie incursioni in Asia il primo pensiero era mostrare a Bernardo quello che avevo trovato. Ci entusiasmavamo per un film tibetano, indiano, turco, o filippino, un documentario iraniano o la scoperta di un nuovo regista come Asghar Farhadi, o un nuovo film di Hou Hsiao-hsien che avevo avuto il piacere d’introdurre a Bernardo in India in occasione di un Festival a Hyderabad, dove erano entrambi ospiti. Bernardo per ricevere un life achievement, Hou Hsiao-hsien con il suo film Flowers of Shanghai. Non c’erano traduttori ma Bernardo riuscì a complimentarsi per il film che gli era piaciuto, insistendo nel cercare di trasmettere a Hou Hsiao-hsien che, oltre ai protagonisti della storia che fumano l’oppio, aveva apprezzato molto i movimenti della macchina da presa, anche loro sotto l’effetto dell’oppio. Con quanto entusiasmo aveva apprezzato il ritrovamento rocambolesco a Tehran di Le vent des amoreux di Albert Lamorisse, un documentario del 1978 sull’Iran, scomparso con la rivoluzione e che avevo fortunosamente ritrovato.

Nel 2002 ho avuto il privilegio di seguire la genesi e la realizzazione dell’episodio Ten Minutes Older, un cortometraggio di 10 minuti in bianco e nero, prodotto da Wim Wenders che affrontava, un tema, come diceva Bernardo “meraviglioso, metafisico e in fondo terribile: il tempo”. L’occasione di essere su un set in cui tutti, senza eccezioni, esprimevano la felicità di lavorare a un film di Bernardo, sembrava far parte di una sorta d’innamoramento collettivo.

Il progetto era di girare in Rajasthan, ma per vari motivi, anche di salute, il cortometraggio fu girato nell’Agro Pontino “indianizzato” visto che lo spunto era una sorta di parabola che si trova nel Mahabharata, una storia che avevamo sentito entrambi da Elsa Morante e che Bernardo aveva già citato in una sequenza di Prima della rivoluzione.

La parabola indiana era diventata la storia di un immigrato clandestino che trova una ragazza, la sposa, lavora a una stazione di servizio, ha dei figli ma tutto viene travolto. Bernardo diceva che purtroppo si trattava di un sogno, un’illusione, vista la distruzione o cancellazione delle culture diverse in nome di una presunta omologazione che dilagava. La via che condividevamo era ancora la stessa, l’innamoramento tra culture, l’avvicinamento alle culture diverse dalla nostra: “anziché sforzarsi di cancellarle o di distruggerle in nome di una presunta omologazione, bisogna cercare in tutti i modi di coltivarle, permettendo loro di esprimersi pienamente”.

Alla seconda edizione di Asiatica, al Palazzo delle Esposizione nel 2001, Bernardo decise di partecipare, non solo incontrando i giovani registi asiatici, ma regalandoci un magnifico suo corto documentario di 8 minuti dei suoi sopralluoghi in Cina per L’ultimo Imperatore, girato anche da lui stesso, nel 1985, dal titolo: Videocartolina dalla Cina una “formichina” come lui la definiva, di cui aveva voluto farci dono per contribuire a quell’edizione.

La sua amabilità era senza fine, l’accogliente generosità con cui sapeva intrattenere i suoi amici parlando di politica, raccontando storie, personaggi, libri, discutendo di sessualità, di musica e soprattutto di cinema dopo le cene a casa sua ti mandava a dormire con una sorta di felice consapevolezza che ti saresti svegliato in un mondo diverso.

Un risveglio nel futuro in cui se era stato giusto ribellarsi nel passato, oggi lo è ancora di più.

“I left the ending ambiguous, because that is the life is”, B.B.

BERTOLUCCI SU
HISTOIRE D'EAUX

Il sogno di una cosa
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