L’estate impolvera le siepi / anche oltre i mille metri, / impolvera le more ostinate / in un’adolescenza agra. // Ma la tua adolescenza s’addolcisce, matura / nella pazienza artigiana e sottile / di questa ripresa dal basso / e da dietro la siepe stracciata, / così da tramare di spini / foglie e bacche / il racconto nel suo tempo reale / scandito dai passi silenziosi / e furtivi dei bambini Giuseppe Marta / Galeazzina “fuggiti di casa” / quando tutti dormono a Casarola / perché è luglio e il fuoco meridiano piega anche la gente selvatica / dell’Appennino, anche le donne / indomabili nell’avarizia e nella sporcizia, / boccheggianti su pagliericci miseri / in triste pace.

Attilio Bertolucci, “La teleferica”, 1958

Tre bambini approfittano dell’ora della siesta per inoltrarsi da soli nei boschi oltre il torrente e il cimitero, in cerca delle vestigia di una teleferica in disuso da trasformare in altalena. Invano scrutano i rami più alti, sperando di scorgere qualche filo arrugginito. A mano a mano che procede il pomeriggio, i tre si perdono nel labirinto di castagni, senza realizzare che un certo numero di pali, e soprattutto il cavo, caduti da tempo, ormai si nascondono sotto i loro passi, in mezzo alle felci e le ortiche.

Ma lasciamo qui la parola al quindicenne Bernardo, che conclude in questi termini il “soggetto” da lui battuto a macchina poco prima delle riprese: “Infine, stanchi, pensano di tornare a casa attraverso i boschi. Sono tristi per l’impresa fallita e senza accorgersene attraversano il torrente e risalgono, nel tardo pomeriggio, sempre attraverso i boschi. A un tratto si trovano nella strada in costruzione. Il sole sta scendendo. I bambini sono già nell’ombra.

Da dove si trovano hanno tutta la valle davanti a loro. L’obbiettivo la inquadrerà dall’inizio, verso i monti, poi i pascoli, il paese tra i castagni, il canalone, i boschi, la teleferica lontana. Di scatto G. si volta lungo la strada. Questa è lunga e bianca, con lo sfondo dei monti. Più lenta si volta la N. dalla parte opposta. La teleferica, i boschi, il Caio, la grande valle verso la pianura ancora illuminata”.

[Fabien S. Gerard, I giorni della “Teleferica”. Bertolucci padre e figli, tra poesia e cinema, in Officina parmigiana. La cultura letteraria a Parma nel ’900, a cura di Paolo Lagazzi, Guanda, 1994]