Si è spento all’età di 81 anni Matthew Spender, pittore, scultore e scrittore, una figura che ha lasciato un segno indelebile nell’arte contemporanea.
Amico fraterno di Bernardo Bertolucci, Spender muore proprio nella casa a Gaiole nel Chianti che ispirò il regista per Stealing Beauty (Io ballo da sola).
Nel film, Bertolucci volle utilizzare 47 sculture di Spender, che a quel tempo si dedicava alla scultura da sei anni.
Oggi, scegliamo di ricordarlo proprio con un testo scritto da Bernardo Bertolucci per il catalogo della mostra Matthew Spender. Archeologia del presente (ospitata nelle sale viscontee nei cortili del Castello Sforzesco nel 2008)  in cui Bertolucci sviscera le suggestioni profonde della sua arte.

Matthew Spender, Archeologia del presente

Ho sempre immaginato…

Ho sempre immaginato che la vita avesse spinto Matthew Spender verso i colori, la terracotta, il legno, come si spinge un bambino nell’acqua e lui è costretto a inventare il nuoto per non affogare. Per questo pittura e scultura, per Matthew, sono davvero questione di vita o di morte.

Il destino, quello scritto con inchiostro invisibile accanto ai nostri dati anagrafici, forse aveva altri piani per lui.

Ho visto i primi lavori di Matthew più di vent’anni fa, eravamo tutti e due giovani e a Matthew piaceva descriversi come pittore part-time. Il mattino lavorava la terra del suo podere in Chianti, il pomeriggio si chiudeva nel suo fienile-studio a dipingere. Ho nella mia casa di Roma una bellissima “Aratura” dipinta in quel periodo, una notte di luna senza luna, un trattore ara le colline intorno ad Avane, ara con il suo faro giallo la notte chiara come il giorno. In questo affiorano, appena sotto i colori, l’ansia, l’ingenuità maitrisée e l’eccitamento del giovane Matthew alla ricerca della propria identità come pittore. Ricordo che in quelli anni Matthew lottava anche per la qualità di un vino rosso e ruvido come il sangue versato nella sua guerra di liberazione dalla figura paterna. Le zolle appena arate ne sono imbevute, come dopo la battaglia di Montaperti, e il trattore di Dovzhenko si avvicina in close-up, rivoluzionario e domestico.

Non so se quell’ansia se è placata, oggi che Matteo ha vinto la sua guerra. Di sicuro la leggerezza della poesia non lo spaventa più, ora Matteo conosce il peso dei corpi che si ammucchiano nei suoi grandi bassorilievi come sfollati che si rifugiano in una chiesa, in un tempio. Non sono templi quei corpi stessi? Gambe dentro pantaloni immobili come marmo, mani delle dita grosse, doriche, teste di donna con i capelli sospesi in aria a metà di un movimento pietrificato, fregi per un culto toscano dove ogni anno, in un certo mese, si ripete il miracolo del socialismo negato. I profughi se ne stanno là, pensando ad altro, alcuni di loro sono giovani uomini e donne, altri sono divinità minori venuti per proteggerli, difficile distinguere gli uni dagli altri. Le loro storie si leggono nel loro peso specifico, che è anche il peso del tiglio, del marmo e della terracotta. Così Matteo ha esorcizzato per sempre la insostenibile leggerezza della poesia. I figli dei poeti hanno la tentazione di visualizzare quello che i loro padri hanno descritto con le parole, così diventano pittori, scultori, registi cinematografici. La guerra che credevamo di avere vinto non finisce mai.

Bernardo Bertolucci