di Giuseppe Bertolucci

 

Quando, un mese fa, mi è stato chiesto di indicare alcune poesie da leggere nel corso di questo incontro dedicato a mio padre, dopo un attimo di esitazione, ho pensato che forse per me era venuto il momento di andare finalmente a un appuntamento che avevo rimosso e rimandato per troppo tempo: quello con la mia immagine riflessa nei versi di mio padre.

Ho avuto qualche resistenza, dettata soprattutto dal timore di un possibile fraintendimento: che cioè un forte desiderio di conoscenza e di confronto venisse scambiato per un’insopportabile pulsione narcisistica oppure, peggio, per l’inconfessabile tentazione di sostituire la mia persona a quella del poeta, che oggi ricordiamo a quasi dieci anni dalla scomparsa e a poco più di cent’anni dalla nascita. Ma poi, superate le iniziali esitazioni, ho deciso di procedere e ho suggerito una scelta di poesie che mi implicano direttamente, una piccolo antologia personale, nella quale sono sempre attore e a volte interlocutore del padre poeta.

 

Ho organizzato queste nove poesie secondo un ordine cronologico, che copre un arco di circa quindici anni, dal 1950 al 1965.

Le prime tre (A Giuseppe in ottobre, Ancora il taglio dei riccioli e Giuseppe e Giziano) si riferiscono alla mia primissima infanzia, i due, tre anni; sulla quarta (Le more) ho qualche incertezza: non so se quel bambino sono io o mio fratello Bernardo; la quinta e sesta (Leggendo Waldemar Bonsels a G. e I pescatori) contengono il mio ritratto tra i sette o otto anni; la settima (Il tempo si consuma) è dedicata a un G. di dieci anni; l’ottava (Ritratto di un uomo malato) parla esplicitamente di “mio figlio quattordicenne”, mentre l’ultima (Viaggio d’inverno) è riferita a un Giuseppe diciottenne.

Dai tre ai diciotto anni.

Che io sappia — oltre a un intero capitolo della Camera da letto, il penultimo, intitolato Il taglio dei riccioli (che replica l’argomento già affrontato nella seconda poesia citata prima) e a una poesia lunga, La teleferica, dedicata all’apprendistato cinematografico di mio fratello — nel corpus poetico di Attilio non ci sono altri versi nei quali il figlio minore viene nominato, diventando protagonista di una poesia.

Da questa considerazione, puramente anagrafica, possiamo trarre una prima deduzione: che la mia “vita poetica”, nell’opera di mio padre, è una vita breve, tutta concentrata tra l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza. L’ultimo domicilio conosciuto è quel treno per Cuma (non per Yuma!) in Viaggio d’inverno nel 1965. Poi G. scompare dalla poesia, non certo dalla vita di mio padre, con il quale la mia relazione è durata intensa e piena di complicità e di conflitti, fino a quel 14 giugno del 2000 che mi ha visto testimone della sua morte.

Ma è come se dopo i diciotto anni io fossi uscito dalla sua tutela poetica, dal suo lessico famigliare, dalla sua “materia di canto”. Quasi che il mio ruolo — e anche quello di mio fratello Bernardo, al quale sono dedicate tante altre poesie sempre riferite allo stesso arco temporale — fosse quello di bambino e di ragazzo, come se la nostra “parte in commedia” fosse circoscritta a quell’età, tra l’infanzia e la prima giovinezza.

La mitologia famigliare — che è una delle coordinate principali della poetica di Attilio — prevede una famiglia senza tempo, o meglio, limitata nel tempo, in un’età dell’oro, dove i genitori ancora giovani e i figli piccoli o adolescenti possono celebrare perennemente il privilegio della felicità e dell’amore reciproco: padre, madre, i due figli, sotto la protezione di due fantasmi benigni, Maria e Ugo, la madre e il fratello di Attilio, amatissimi e venuti a mancare prima del tempo.

Dunque per una ventina d’anni è questo l’orto dei sentimenti, che il poeta lavora con passione e pazienza, ricavandone i meravigliosi frutti poetici che conosciamo.

Per questo non escludo che la decisione di affrontare la bellissima, coraggiosa avventura del romanzo in versi, della Camera da letto, nasca proprio nel momento in cui si esaurisce — per il naturale trascorrere del tempo — l’incanto di quella età dell’oro: il nucleo famigliare ristretto è inevitabilmente minato da una forza centrifuga che porta i ragazzi, via via che crescono, ad allontanarsi da casa e a seguire le loro vocazioni.

E allora il poeta, aprendo gli orizzonti del suo immaginario, si rivolge a una sorta di grande famiglia allargata, nel passato, fino alle origini: a quei contadini che, secoli prima, “dalle maremme con cavalli” salgono sull’Appennino, fondano il villaggio di Casarola e danno via a un romanzo famigliare, che si chiude forse non a caso proprio con quel taglio dei riccioli di G. Là dove, appunto, inizia quell’età dell’oro di cui parlavamo e che rimane in gran parte esclusa dal racconto della Camera da letto.

Questa spericolata, forse arbitraria, rilettura dell’opera complessiva di mio padre mi ha per un momento allontanato

 

[in Giuseppe Bertolucci, Cosedadire, Bompiani 2011]